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LA PACCHIANA

Costume tipico calabrese femminile

Della pacchiana, come costume tipico calabrese, si hanno notizie circa l’uso in diversi atti notarili risalenti al XVII secolo. Ad asserirlo è Alessandro Calogero in un suo pregevole volume “Riflessioni su Gimigliano”.
Lo stesso autore precisa ancora che: “Oggi, nella sua versione più diffusa ancora in uso, è più facile trovare nei Comuni di: Tiriolo, Marcellinara, Settingiano”.

Tuttavia, Gerhard Rohlfs (filologo, glottologo e linguista tedesco di chiara fama), quando accenna alla “pacchiana”, la descrive come una “giovane contadina, donna del contado, foresetta (che ha una bella pacchia ovvero che ha una bella natica)”.

Francesco Scerbo di Marcellinara, linguista biblista e orientalista di rinomanza internazionale, a conferma della tesi che il linguaggio svolge una funzione conoscitiva (Cardona), in base alla quale, tramite l’assegnazione di un nome, è possibile individuare una persona, un animale o un oggetto e, in tal guisa, distinguerli dall’intero ambiente conferendo a essi un significato specifico, spiega più compiutamente che con il termine “pacchiana”, di derivazione greca, viene a designarsi una “contadina” e più appropriatamente “la donna vestita secondo il costume calabrese”.

« …per vedere le donne nel loro pieno fulgore, bisogna scegliere una domenica o un giorno festivo, inoltre è consigliabile recarsi alla fonte di Santa Lucia…le loro grazie naturali sono messe in rilievo dagli elaborati ornamenti di finissimo gusto e dalle graziose acconciature con due riccioli pendenti davanti alle orecchie… »  (Norman Douglas, Vecchia Calabria, Firenze 1992)

Origine

L'antropologo Raffaele Corso fece uno studio dettagliato sui costumi calabresi definendo una chiara divisione localistica della Calabria in due zone distinte e due secondarie, a seconda del colore dominante degli abiti femminili. La prima zona comprendeva gli abiti del “panno scarlatto”, di origine arbëreshë, seguiva quelle del "panno azzurro", estremo sud della regione.
La seconda zona comprendeva l'area dell' "abito rosso", area del vibonese, e infine quello dell' "abito nero", l'area di San Giovanni in Fiore. Le origini del costume sangiovannese risalirebbero al 1600 quando il casale di San Giovanni in Fiore cominciò ad essere abitato.
Lo stile del costume richiama abiti monastici, anche se la scrittrice polacca Kazimiera Alberti definì il costume ”prezioso e sfacciato, tutt'altro che monastico”. Le teorie del colore e della costituzione del comune indicano la scelta dell'abito come una volontà da parte dei primi abitanti del paese di far portare alle donne un costume austero ed impudico, che si sposasse nel miglior modo possibile con la religiosità del luogo. Anche se qualche studioso indica come l'austerità possa derivare da indicazioni date nel tempo dagli abati florensi, è molto improbabile che questi abbiano inciso sulla creazione e la scelta del costume femminile.
L'abito veniva indossato quando la ragazza aveva compiuto 15-16 anni ed era dunque ritenuta, da parte della famiglia, pronta per il matrimonio. Alla figlia venivano donati, da parte della madre, preziosi e alcuni gioielli, mentre i gioielli più importanti dovevano essere ricevuti in dote da parte del futuro marito.

Il Costume
L'abito della Pacchiana è formato principalmente da una ricca e lunga gonna, un corpetto di velluto arabescato, maniche corte e larghe. È quasi sempre nero, viene completato da una camicetta bianca lavorata a mano che esce dalla scollatura e da un copricapo in lino (”u ritùartu“) che si allunga sino alle spalle. Possiamo suddividere l'abito in "indumenti interni" ed "indumenti di arricchimento".

Indumenti interni
cozette 'ccu taccaglie ossia calze di lana tenute ferme all'altezza del ginocchio da un filo di lana; queste calze erano rigorosamente di colore nero
lanetta maglia interna di lana di pecora lavorata ai ferri, con mezze maniche e chiuse da due o tre bottoni
cammisa sottoveste bianca di lino molto larga in fondo; presenta una scollatura (scolla) e delle pieghe che mettono in risalto il seno; alla scolla si fissa tramite ferretto la "ncullerata"
ncullerata merletto di lino ottenuto da due strisce di stoffa lunghe poco più di 30 cm e larghe 4 cm; la 'ncullerata è abbellito esternamente da un pizzo ricamato
cammisola corpetto a doppio petto senza maniche, solitamente di colori vivaci sul vermiglio, imbottito al suo interno all'altezza del seno per meglio evidenziare la prosperità della donna; la scollatura è ampia e di forma circolare; esternamente è rivestito in velluto o seta, mentre il bordo è di ciniglia; all'interno presenta due piccole tasche utilizzate un tempo come portamonete o per custodire immaginette sacre e medagliette;
circhiu stoffa arrotolata messa intorno ai fianchi per meglio tenere stretta la cammisola
pettinu pezzo di stoffa inserito tra la cammisola e la ncullerata avente lo scopo do coprire il seno e non sporcare la cammisola
cinciudinu sottana dalle ridotte dimensioni in leggero cotone arricciata lungo i fianchi e formata da numerose piegoline; veniva indossata dalle donne più magre per darle una visione di maggiore robustezza
suttana sottogonna in lana, (o flanella) o cotone, arricciata lungo i fianchi

Indumenti esterni e di arricchimento
"U ritùartu"  nurura modellazione dei capelli in due ciocche intrecciate e pendenti lungo i lati del visojette modellazione dei capelli in due ciocche larghe poste dietro le "nurura" e tenute legate da una cordina detta gnettaturu in alto, mentre tra di loro sono tenute da un'altra cordina chiamata  sopragnettaturu'
curpiettu
 giacchino corto di velluto nero (o con colori scuri) con maniche lunghe fino a metà braccio, aperto davanti dalla quale si vede la "cammisola" e la "cammisa"; il "corpetto" è spesso arricchito dalle mustre, ossia ampi risvolti delle maniche (alti oltre i 20 cm), tenuti sopra l'avambraccio
arcu fettuccia ricamata e impreziosita da pietre in madreperla
cammisùottu gonna nera di lana utilizzata nel periodo invernale
gunnella 'ccu chjicuni gonna lunga nera in lana, velluto o cotone (scelta considerata in base alla stagione), lungamente decorata e lavorata da molteplici pieghe (400/500 piegoline per gonna); al suo interno spesso veniva realizzato una tasca chiamata u cusciade
sinaliettu
 grembiule in seta formato da numerose pieghe e impreziosito da ricami, tenuto dinanzi la"gunnella"
jennacca collana in oro formata da una serie di sfere, sempre in oro, di fili intrecciati; questo è il gioiello simbolo di San Giovanni in Fiore
perna collana formata da perline.

In particolare, tra i costumi calabresi, è da evidenziare La pacchiana di Tiriolo che rappresenta una non trascurabile testimonianza di una ricca attività socio-culturale, che ha contradistinto il paese nonostante la natura della sua economia prettamente contadina. Questo costume evidenzia l' estrema cura del dettaglio e la straordinaria ricchezza dei particolari.Indossare un costume del genere non è come vestirsi ogni mattina, perchè per indossarlo bisogna conquistare un determinato portamento, su ogni capo che lo costituisce ( circa 9 pezzi ) la donna sembra compiere un particolare rito che va oltre il semplice compito di coprirsi.
Sembra quasi che indossandolo si assume un 'identità diversa e relazionata al costume, e in qualche modo e così.
La signora o signorina che indossa il costume diventa così una "Pacchiana".